
BACK TO THE ROOTS
RECENSIONE DI LORENZO SCALA

La strada è multidimensionale, almeno così mi piace pensarla, un luogo spesso abusato dalla retorica del crimine fine a se stesso, uno spazio pieno di contraddizioni e chiaroscuri, pregiudizi e simboli idolatrati da chi in strada non c’è cresciuto più di tanto. Non è un discorso facile, i luoghi si vivono e si attraversano, fisicamente e mentalmente e ogni parola scritta rischia di sminuire e ridimensionare l’universo dei rapporti sociali, perché alla fine di questo si parla, della condivisione come impasto per la costruzione individuale di una coscienza ricca. Ok, mi sto sbrodolando, in realtà potrei scrivere un trattato finto filosofico claudicante e pretenzioso sulla strada e i suoi abitanti notturni e diurni ma sarebbe abbastanza inutile e poi se devo essere sincero la vita mi ha portato ad allontanarmi (non troppo per fortuna) dalla socialità perpetua che popola i laboratori artistici figli dell’asfalto e delle piazze (quelle piccole, nascoste). Tutto questo per dire che è uscito il primo disco del collettivo Back to the Roots ed è un’opera corale e autoprodotta, nata dalla strada, per la strada. Appare lampante, probabilmente anche ad un orecchio distratto e inesperto, la purezza di intenti che tiene insieme queste 22 tracce. La crew romana è formata da rapper, beatmaker e dj per un totale di undici elementi: Dj Morg, Emme A Di, 2B, Wade, Kore, Johnny Skully, Snosh, Nmlh, Reics, Ripper Mookie e Omega. Il loro obbiettivo è quello di lasciarsi andare “alla ricerca delle origini dell’Hip Hop”. Un mare di featuring e un paio di produzioni d’eccezione, impossibile non citare la presenza di Dj Fastcut e Ice One, per non parlare del sostegno di Dj Myke che ha creato un megamix dell’album pubblicato sul canale IGTV della crew. Le tracce scorrono come un fiume sotterraneo evitando ridondanze e monotonie, spennellate di soul, jazz e reggae rendono il tutto dinamico. I toni spaziano dall’ironico all’introspettivo, dalla poetica tipica dell’hip hop al puro cazzeggio e personalmente penso sia questo il punto di forza dell’universo di Back to the roots, perché non c’è niente di più serio del non prendersi troppo sul serio. Quando il talento è esponenziale non ha bisogno di atteggiamenti coatti, si manifesta luminoso e tagliente senza forzature, forte solo del senso d’appartenenza, della tecnica e della cultura. Sono cresciuto a pane e Dead Kennedys, frequentando centri sociali un po’ in sordina, il rap e l’hip hop mi hanno sempre accompagnato in modo trasversale, lo scrivo per un discorso di onestà, non sono certo un esperto e faccio a cazzotti anche con l’appellativo di critico musicale, mi piace scrivere e in questo caso ritengo opportuno scrivere questo: questo lavoro fa riemergere un’atmosfera pura. Impressionante la modernità di un suono in circolazione da un bel po’, il suo manifestarsi fresco e vitale in contrapposizione alla discreta dose plastica di derive musicali appena nate e già marcescenti. In conclusione metto l’accento su un paio di perle, due ballate entrate con una facilità estrema sotto la mia pelle lasciando solchi belli grossi, parlo di “La notte balla” feat Sole, oscura e con un andamento implacabile, e “Mi porti con te” feat Price, corrosiva e commovente recita: Ti lascio un pezzo di me, tu lo senti in cuffia e mi porti con te.
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