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MIGLIORAMENTO

Articolo di Lorenzo Scala

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E’ buffa e insolita la curiosità e la potenza immaginifica sprigionata da poche semplicissime frasi, generiche e descrittive. Succede questo: appena apro il file dalla mia casella postale, impastato a merda dopo una notte insonne per un fuso orario tendente all’auto-sabotaggio, leggo dalle prime righe:

 

Giuseppe (Peppe), 35 anni,

amante della cultura Hip Hop,

marinaio fino all' inizio della quarantena, ora carpentiere edile.

Nato in Germania, trasferitosi nel 2000 in Sicilia, vive a Pozzallo.

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Due semplicissime frasi, un piccolo elenco, una serie di dati. Eppure. Eppure queste parole si fanno parzialmente carico di un vissuto, lo stigmatizzano, lo disidratano ma allo stesso tempo lo catturano illuminando l’attenzione di chi le legge. La semplice curiosità di scrutare, in punta di piedi, come da feritoie discrete, una prospettiva diversa, rielaborata e irrimediabilmente influenzata dalla nostra impressione.

Segue una dichiarazione d’intenti, un manifesto in cui coesiste con semplicità una visione politica ed esistenziale:

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Mi piace molto fotografare, anche il degrado.

La fotografia è ribellione e raccontare, un po' come l'hip hop,

si raccontano delle situazioni in cui nessuno va, nessuno guarda,

si parla di cose che non tutti vivono”.

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L’hip hop l’ho sempre vissuto in modo altalenante e trasversale ma se c’è qualcosa che mi ha sempre attratto di questa cultura è proprio lo spirito antropologico, come se in molte canzoni si nascondesse un osservatorio di piccoli mondi, quartieri, clan. E questa frase mi restituisce tutto l’immaginario di piccoli racconti popolati da improbabili personaggi, ognuno con il proprio spettro di visioni e furie fermentate.

Ed è il filo conduttore del racconto a congiungersi inevitabilmente con il mondo della fotografia, se concepito con lo stesso approccio per la ricerca.

Dalle foto di Giuseppe il mare emerge preponderante nell’immaginario, con la sua linea orizzontale parallela alla linea di ferro di una ringhiera,

imprigionato dietro una grata arrugginita o placido e completo in una visione priva di ostacoli umani.

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Linee.

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Ancora linee a presentarsi nell’incarnazione in ferro del viaggio: i binari.

Il treno è un altro simbolo ricorrente in queste foto, con il suo muoversi su traiettorie intrappolate dal rigore umano, spontaneo per me in un gioco di rimandi accostarlo alla Nave con le sue traiettorie potenzialmente libere e slegate da ogni rigore. Nella loro contrapposizione fusa con l’elemento del viaggio, dello spostarsi, del migrare, lavorare, alla ricerca di un miglioramento, sento di intercettare vagamente alcune caratteristiche delle visione artistica di Giuseppe.

Trovo insensato dilungarmi sulle mie suggestioni filtrate dall’osservazione delle foto, ogni viaggio in questo senso è privato e intimo, posso solo invitarvi a osservarle, a notare il gioco delle geometrie, ad ascoltare il dialogo impercettibile tra il mondo antico e quello moderno, a percepire un vago senso di solitudine mescolato a una quiete intimista.

Vi invito a lasciarvi sorprendere dall’impatto emotivo di un’immagine iconica e in qualche modo ancestrale, come quella di una vecchia televisione in disuso, scarnificata e fusa con la terra, riempita di colore.

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